LUIGI MARINO

musician

Reviews about TOTEM


Totem mentioned among 5 best albums of 2014 for "Il Manifesto"

"... Se poi si vuole trovare lo spirito autentico di un'avanguardia aperta e flessuosa poche cose sono meglio delle 11 Tanz di Totem (Zone di Musica) dove l'improvvisazione totale rivela la sua propulsività ad opera di Giancarlo Schiaffini, Eugenio Colombo e Luigi Marino."

(Mario Gamba, ALIAS - Il Manifesto, 20-Dec-2014)


Let me start with a few lines on their backgrounds. Colombo operates mainly in the field of avant garde jazz and is one of the founding members of the well-known Italian Instabile Orchestra. Trombonist Giancarlo Schiaffini comes from Rome and made his mark in both Italian new music and the European improvised music scenes. Played with Evan Parker, Maarten Altena, Barry Guy, Andrea Centazzo and Lol Coxhill, etc. Also he has one interest for electronics. Schiaffini and Colombo are mates since the 70s and had the SIC-trio with Iannaccone in these days. ‘Totem’ is in some respects a continuation of this trio. Marino is of a younger generation. He is from Rome and studied electronic music at Mills College and also took lessons in zarb. He has a special interest in interaction between computer and acoustic sources. As a trio they recorded 11 improvisations, ‘Tanz 1’ up to ‘Tanz 11’ at Totemtanz, in Rome on September 1st 2013. The improvisations are of a solemn and cerebral nature. But it's also very full-grown and mature. No easy, take away improvisations. But music that reveals its beauty after repeated listening. All players contribute equally with ideas for their improvisations. Marino brings in lots of colours because he plays numerous instruments and objects in one improvisation like in ‘Tanz 8’. In ‘Tanz 5’ he produces harsh percussive textures where sax and trombone have to deal with. A piece like ‘Tanz 6’ is a meditative nature and fascinates because of the combination of flute, trombone and percussion. How different the pieces may be, they are always in a beautiful balance. This is truly a solid and inspired work.

(Dolf Mulder, Vital Weekly n.965, Jan-2015)


Colombo e Schiaffini, due “Pezzoidi” della storia delle musiche improvvisate re-incrociano qui i loro “arnesi” per una nuova prova in cui tentano, riuscendoci, di dare senso e coerenza alle innumerevoli suggestioni musicali che si succedono in un fluire controllato di libera improvvisazione artatamente diviso in 11 danze — stanze, quadri, movimenti. Pezzi talora ellittici, altrimenti ovali, “di genere” o “di profilo”, tutti ugualmente riaffioranti in superficie dalle profondità dei loro vissuti: da mani e bocche, da menti raziocinanti e profondità emotive, da nuovi raggiungimenti e da licks personali messi a punto nel corso degli anni. A completare la formazione l’attentissimo, misurato e raffinato, Luigi Marino a cui si deve probabilmente l’idea e l’input iniziale per questo attualissimo incontro registrato live alla scuola di musica Totemtanz di Roma, dove Marino insegna. L’incontro è totalmente privo di empiti nostalgici o auto-celebrativi, e non potrebbe essere diversamente, noti i musicisti: nel corso dei 35 anni che separano il trio S.I.C. — con Michele Iannaccone alle percussioni — da Totem, Colombo e Schiaffini sono tra i protagonisti, prestigiosi, luminosi e non sufficientemente stimati, dell’avanguardia europea. Leggerezza, ironia, understatement e dedizione, pressoché totale, alle pratiche improvvisative sono state e rimangono caratteristiche peculiari dei due. Oltre le interpretazioni simbolico-ritualistiche — sempre possibili e lecite — emerge qui prepotentemente il predominio delle “cose” e dei “fatti”, la “roba lacyana”, il legame con la teoria dell’objet sonore, Cage e ancora Lacy; ma gli intenti e i risultati sono affatto diversi e originali, con l’assenza dell’urlo, dell’alea e della oggettività e una evidenza di melodie e ritmi che rende il tutto lieve e giocoso: i passi dei momenti di danza, sempre intonati da Colombo, si alternano alle note tenute, i suoni naturali e, assai più raramente, quelli artificiali, le tecniche convenzionali e quelle estese, gli oggetti di Marino — i piatti con l’archetto innanzitutto — e quelli di Schiaffini — trombone, sovente con sordina — e Colombo. In questo fluire, pare inutile render conto di tutti i momenti: di quelli gioiosi o di stanca, dei paesaggi immoti e delle danze pa- gane, sostenute dallo zarb di Marino ad evocare un Mediterraneo o un’India tanto più reale in quanto inventati. Emerge anche la differenza di formazione e sentire, soprattutto nei momenti più scopertamente ritmico-melodici nei quali, al totale coinvolgimento di Colombo e Marino, Schiaffini contrappone un distacco, gustosamente ironico e dissacrante. In modo ancor più particolare, emergono la grande empatia, la profonda stima reciproca ed un solido interplay. Tutti elementi indispensabili in una seduta di improvvisazione che miri a raggiungere risultati elevati.

(Andrea Gaggero, jazzColours, Oct-2014)


Totem è il disco che testimonia il ritorno in coppia allargata di Eugenio Colombo e Giancarlo Schiaffini, a 17 anni dall'ultima incisione del trio S.I.C. comprendente, oltre ai due musicisti romani, il batterista free Michele Iannacone. Qui il terzo elemento è rappresentato da Luigi Marino a vari tipi di percussione e all'elettronica. I due componenti dell'italian instabile orchestra hanno trovato modo di collaborare in tante situazioni diverse, in questo lasso di tempo, l'ultima delle quali all'interno del progetto su Mario Schiano sfociato nella registrazione di If not. Non è occasionale il fatto che i liberi improvvisatori siano portati a provare sempre nuove esperienze e confronti inediti, a "tradire" i partners con altri compagni di avventura, per poi, magari ricostituire i vecchi rapporti su altre direzioni di lavoro. Fa parte dell'atteggiamento puro del ricercatore, sempre in tiro per reperire situazioni inconsuete e foriere di possibili sorprese favorevoli. Il rendez vous in questo cd produce la magia della creazione istantanea, supportata da una cultura musicale tanto profonda quanto multiforme. I due compositori, infatti, si pungolano con un'azione sapiente di proposta e controproposta, di incontro e di scontro fra due modi conciliabili sì, ma con differenze estetiche non secondarie. Giancarlo Schiaffini punta tutto sulla ricerca timbrica. Crea flussi di suono, mettendo in secondo piano il tema e l'armonizzazione. Quello che conta veramente è il suono stesso, depurato da sovrastrutture superflue, se così si può dire. Per mezzo del trombone spara bordate violente o pronuncia fraseggi ruvidamente delicati. Va a sondare fino in fondo alla culisse per raggiungere il massimo consentito delle note basse, raddoppiando o triplicando le stesse, fino a salire repentinamente in alto, ottenendo l'effetto del barrito dell'elefante. È un vero gigante in questa scientifica riproposizione di tutto un campionario di tecniche ortodosse ed eterodosse con il suo ottone a campana aperta o chiusa da sordine che Schiaffini adopera magistralmente. Su questo campo minato, ribollente di invenzioni, si inserisce la voce del sassofonista, impegnato a sua volta in un solo prolungato che si sovrappone ai movimenti sussultori e ondulatori provocati dal trombonista. Colombo ritaglia suggestioni provenienti dalle sue passioni dichiarate, la musica del Mediterraneo e quella etnica, per farle diventare schegge geneticamente modificate che si risolvono in una serie di artifici musicali irregolari, fra cui spiccano, in particolare, i colpi secchi con la lingua sull'ancia, un vero e proprio marchio di fabbrica del polistrumentista laziale.
Luigi Marino, da parte sua, ascolta concentratissimo quello che gli succede attorno e lavora di cesello interpretando gli stimoli provenienti dai due illustri colleghi. Di volta in volta il percussionista piazza colpi isolati o si lancia in sequenze ritmicamente corpose e consistenti, sulla scia di quanto viene allestito davanti a lui. Sono chiazze di colore minimamente evidenziate o sfondi densi e compatti. Gli undici brani sono intitolati Tanz, danza, ma è tutto su un piano mentale o concettuale. Non ci sono, cioè, sequenze compiute che suggeriscano immediatamente l'idea del ballo, tranne la traccia numero sei, la più definita ritmicamente.
Il disco conferma le grandi capacità compositive, all'impronta, di Colombo e Schiaffini. Luigi Marino si dimostra, allo stesso tempo, un musicista in grado di sintonizzarsi con l'immaginario e la visionarietà dei due leaders, ben figurando in un contesto così impegnativo.
Il Totem, nell'etimologia, oggetto di culto e venerazione, in questo caso, si può identificare nella pratica di un'improvvisazione assoluta provvista di un background solido, non lasciata scorrere senza controllo, in maniera casuale.

(Gianni Montano, Jazz Convention, Dec-2014)


Reviews about URBAN FLUX


Meritava un pubblico più numeroso il duo chiamato a tenere a battesimo l'edizione 2014 di Improvvisamente, la rassegna di ricerca musicale che ha riaperto i battenti lo scorso sabato sera alia Casa del popolo di Lodi. Solo qualche decina i lodigianl che hanna trascorso la serata sotto il palco di via Selvagreca, occupato per l'occasione dal clarinettista Marco Colonna e dal percussionista Luigi Marino, i due giovani e brillanti artefici del progetto Urban Flux. Invece ascoltarli suonare dovrebbe diventare un "obbligo di legge" per gli appassionati, da estendere alle orecchie di tutti i lodiglani per costringere anche quelle piu indurite ad aprirsi a nuove possibilità d'ascolto.
Al contrario degli schemi prefabbricati in cui si adagiano gli amanti della musica cosiddetta easy listening, il paesaggio sonoro tratteggiato da Colonna e Marino si presenta ricco dl svolte inattese, nate dalla sincronia d'intenti di due musicisti che, pur muovendosi sul terreno dell'estemporaneità, riescono a evocare immagini sonore dai contorni nitidi, precisi. La concretezza dei timbri (anche quando provengono dal set elettronico di Marino) accresce la fisicità dell'ascolto e mette l'accento sul fatto che prima che di note, chiavi e pentagrammi, la musica è fatta di corpi in vibrazione. Quella di Urban Flux, in particolare, è fatta di ance che nebulizzano il fiato attraverso i buchi di un clarinetto basso, di polpastrelii tamburellati sulla pelle dl uno zarb persiano, di archetti sfibrati sull'orlo tagliente di un piatto, di un pulviscolo elettronico a grana fine che danza nel vuoto e silenzioso ricade, fino a disperdersi del tutto. È una marea che scopre ricopre le due opposte sponde di una sala da concerto: di là i musicisti, di qua gli spettatori, assorti nella comemplazione di un flusso sonoro che si trasforma come i rumori di una città nel corso di una giornata. Dopo lo scalpiccio dell'alba, ecco il chiasso di mezzogiorno e i garruli svaghi delle ore pomeridiane, destinati a spegnersi negli echi lunghi della sera.
Poi, quando anche l'ultimo suono si è spento, sul pubblico cala un silenzio notturno, da riempire con la certezza che quanto appena visto sul piccolo palco di via Selvagreca è il perfetto esempio di quello che significa fare oggi (vera) musica: avere il coraggio di esplorare ambienti sonori sconosciuti, lasciando che a indicare la strada sia lo spirito della ricerca.

(Silvia Canevara, il Cittadino di Lodi, 27-Jan-2014)